Il drago come realtà – De Mari

il fantastico è un linguaggio universale, dove ognuno trova quello che sta cercando

 

 

Una lunga e scorrevole digressione su favole e fiabe, su poemi epici e fantasy moderno, passando per metafore, sessantotto, genocidi, fantastico e psiche.

 

Vantaggi:
Dà spunti interessanti ed è facile da comprendere, oltre che piacevole da leggere, ben scritto, scorrevole, non noioso e rapido. Fa riferimento sia al passato che al presente, spaziando da saggezza popolare di prima mano e paesi esotici, da mito ad attualità. Dà chiavi di lettura alternative agli eventi.

 

Svantaggi: forse appositamente poco approfondito, affronta tanti temi senza sviscerarne del tutto alcuno.
E’ come una chiaccherata con qualcuno interessante: affascina ma mi dà l’impressione di essere molto soggettivo in certe asserzioni. Insomma mi piace ma non sento di potermi fidare di quanto detto, cosa che poi vale un pò sempre ma quando il sospetto è troppo elevato mi rovina il gusto del libro.
Cara Salani, Il titolo è ruffiano, studiato a tavolino: sarebbe stato meglio dire “La fiaba come realtà” ma certamente avrebbe venduto meno e la copertina è “rubata” dalle illustrazioni de “L’ultimo elfo” della stessa autrice.

 

Di seguito una “sunta” dei contenuti dalle parole dell’autrice:

 

Il poema epico ha una enorme e riconoscibile ambientazione storica, ed è questo, oltre all’ovvia differenza tra versi e prosa, che lo distanzia dalla fantasy. (…) contiene pochissimi elementi considerati irrealistici dai contemporanei.

 

Sono stati i cantastorie a permettere l’ampliamento del gruppo, il passaggio dalla tribù, del villaggio, alla polis e poi alla nazione.

 

I poemi epici servono a dare coraggio nei momenti bui perché ci ricordano il nostro gruppo, la nostra nazione, il nostro popolo, anche se ne siamo fisicamente isolati. In termini biochimici il nostro poema epico, quello del popolo cui sentiamo di appartenere, ci aumenta il tasso di serotonina mettendoci di nuovo in grado di batterci.

 

Fiabe e favole (…) non sono sinonimi.
La favola è una narrazione in versi o in prosa, metaforica, molto breve: ha sempre intenti didascalici e morali e non fa parte della tradizione popolare, ma di quella colta. La favola nasce scritta, figlia di un preciso autore (…)

Le favole non contengono l’immaginario collettivo. Nelle favole non ci sono archetipi, termine utilizzato dallo psicanalista Gustav Jung per indicare figure e significati condivisi universalmente. (…) contengono una morale, un’etica che si modifica da un’epoca all’altra.

 

Possiamo usare questi termini, fiaba e favola, per estensione e distinguere tutta la letteratura fantastica in fiabesca e favolistica: la prima contiene gli archetipi, la seconda la morale(…)

 

La fiaba era un sistema per creare una realtà alternativa.

 

Se i sistemi motivazionali che rendono travolgenti il poema epico e la fantasy sono l’affiliazione al gruppo e la difesa del territorio, la fiaba si muove nell’accudimento e nell’attaccamento: prenderci cura di chi è più piccolo di noi; farci amare e proteggere da chi è più grande di noi.

 

La fiaba è nata tra la gente, non si sa bene dove, poi si trasmette da nazione a nazione, cambiando sempre ma restando fondamentalmente uguale a se stessa, ed è una narrazione sufficientemente breve da poter essere raccontata.

 

La potenza della narrativa fantastica è quella di costituire un luogo dove conscio e inconscio si incontrino. La narrativa realistica è possibile solo nella dominanza dell’emisfero sinistro: il nostro cervello ha due metà di cui quella razionale domina sull’altra. Nella narrativa fantastica l’emisfero non dominante finalmente entra sulla scena. C’è una situazione di equilibrio tra gli emisferi cerebrali, tra le due metà del cervello.

 

Non può esserci dolore senza consolazione: perché ci sia consolazione occorre il dolore.

 

Le fiabe non conterrebbero nulla di reale se la psiche delle creature umane fosse incorporea. Questa psiche è contenuta in un corpo, ed è diverso se questo corpo è in un mondo di fame e disperazione, in una terra dove le madri sono trascinate verso i roghi e dove passano i lanzichenecchi, oppure se è in un posto in cui l’unico dubbio è: « Insieme al tè, ci facciamo i frollini o i biscotti al cioccolato? » Nel primo caso la fiaba è Hansel e Gretel, nel secondo Winnie Puh.

 

Nelle fiabe noi abbiamo messo la paura più antica, più totale, più assoluta: non essere amati, non essere abbastanza amati.

 

Quando qualcuno prega con tutte le sue forze, e sente che il suo Dio gli è vicino, quando un Re Taumaturgo sta imponendo le sue mani regali e divine sulle piaghe, oppure ci si trova in un luogo dove ci sono state apparizioni e dove il popolo dei cercatori di miracoli alza al cielo i suoi canti, allora succede che le endorfine si alzino con un picco talmente alto che il sistema immunitario si riequilibra e riesce a sconfiggere la malattia.

 

In effetti la fiaba è una narrazione a struttura ipnogena.

 

La Strega è anche il fantasma della terrorizzante femminilità che avanza anno dopo anno, ormone dopo ormone per rubare il corpo infantile della bambina e che lei voglia o no gliene darà un altro, dove l’innocenza sarà negata.

 

La Strega è lei, la donna, la femmina, Eva, Lilith, l’essere inferiore e demoniaco, che strega con il suo odore, con gli occhi, con i capelli che scappano da sotto la cuffia, che distrae dalla preghiera, questa maledetta donna che catastrofe dopo catastrofe, guerra dopo guerra, continua a sedurre gli uomini e a partorirne i figli, così che il dolore e il peccato non possano estinguersi mai.

 

Le streghe erano povere donne, trascinate in catene, torturate, bruciate, che non avevano fatto niente o, peggio ancora, tutto quello che avevano fatto era di aiutare i parti e raccogliere le erbe contro i vermi, il fiato corto e i sogni cattivi.

 

Gli Orchi sono coloro che dopo aver ucciso gioiscono. Ed ecco un altro significato della maledetta figura dell’Orco. Gli Orchi erano quelli che bussavano alla porta e trascinavano via le madri.
Tra gli Orchi che hanno solcato le vie dell’Europa e delle storie, ci sono anche loro, gli inquisitori, gli incappucciati, i senza pietà.

 

Tra le numerose interpretazioni che possiamo dare dell’archetipo del Drago e del suo fuoco, c’è anche quello di un potere invincibile e inaffrontabile in grado di accendere un fuoco sotto un corpo vivo.

 

La Strega, l’Orco sono la metafora di papà e mamma quando i genitori sono terribili, e i genitori possono esserlo, nessuno come loro può esserlo. (…)
La matrigna ha il significato metaforico di essere la madre cattiva, ma quello storico di essere la matrigna, colei che avrebbe sposato il padre dopo la morte della madre.


Il nano è, da un punto di vista metaforico, un mondo piccolo, un mondo bambino fatto solo da bambini, dove tutti siano alla mia altezza, dove rifugiarmi e trovare conforto dalle aggressioni degli adulti (…)

 

Il grande fascino della letteratura fantastica, sganciata dalla realtà, è che ognuno deve poter dare la propria interpretazione.

 

La tradizione orale si è estinta e il nome fiaba è stato esteso ai racconti fantastici nati scritti, figli della fantasia di un unico e preciso autore, da Andersen a innumerevoli altri. L’alfabetizzazione ha inoltre reso possibile il romanzo fantastico, che non è classificabile come fiaba visto che la lunghezza esclude la possibilità di una narrazione completa nello spazio di una o poche sere.

 

La nostra coscienza è un fenomeno interpersonale. I nostri neurotrasmettitori, le nostre emozioni, la nostra stessa coscienza si modificano a seconda di chi ci circonda e delle sue emozioni.

 

Se l’attaccamento a padre e madre è il sistema motivazionale dell’infanzia, l’affiliazione al gruppo è quello dell’adolescenza.

 

Dopo la catastrofe morale costituita dai totalitarismi e il processo di Norimberga viene sancito come la menzogna e la disobbedienza possano diventare necessità o dovere etico. Harry Potter riceve in eredità dal proprio padre, consegnato dal preside della sua scuola, il suo padre spirituale, un mantello dell’invisibilità: lo strumento perfetto per disobbedire e mentire. Anche Frodo, uno dei personaggi del Signore degli Anelli, ha uno strumento del genere, grazie al quale riuscirà a distruggere l’anello del potere sotto gli occhi stessi di Sauron, l’oscuro signore. Quando però, in Harry Potter e l’Ordine della Fenice, l’imbecillità e la corruzione del Ministero della Magia sommergono il mondo nella menzogna, Harry affronta il dolore pur di continuare ad affermare la verità.

 

L’eroe è il Brutto Anatroccolo: solo chi era già diverso prima riesce ad accettare di essere il diverso, per questo i diversi sono da sempre invisi a tutte le dittatura. I diversi sono i contaminati, i contaminanti, i dispari, i granelli di senape e di sale, quelli che impedendo la purezza assoluta permettono la vita e le reazioni tra lo zinco e l’acido solforico.

 

Tolkien scrive Il Signore degli Anelli, libro ambientato in tempi e luoghi inesistenti, che mischia personaggi umani e fiabeschi, molti dei quali dotati di straordinari poteri magici. Il libro è senza alcun dubbio un libro adulto: è un successo enorme, immediato, che continua a crescere.
L’unica giustificazione è che ci siano nella fantasy dei contenuti che tutti riconosciamo come nostri, emozioni spaventose che non sono affrontabili se non stemperandole nell’inesistenza di un mondo fantastico. Perché Il Signore degli Anelli ha venduto cento milioni di copie, e la gente si compra il vestito bianco e fa finta di essere Gandalf? Perché dentro ci sono paure che noi capiamo.
Ci dice Kafka che la realtà non può essere guardata in faccia, abbiamo bisogno di un velo che la copra. Quel velo può essere il genere fantastico. Diceva Italo Calvino: la fantasia è come la marmellata, uno non se la può mangiare a cucchiai, perché dopo il terzo cucchiaio ne ha fino qui. La marmellata va messa sul pane, cioè va messa su un sapore diverso: la fantasia va messa su qualcosa di reale.

 

Tutta la civiltà occidentale è incredibilmente ricca di individui che amano l’umanità e non sopportano la gente, cui nel loro delirio si ritengono superiori.

 

La letteratura fantasy è anche il luogo dove i cattivi sono mostri immediatamente riconoscibili come tali, così che possiamo risparmiarci l’orrore di svegliarci al mattino e scoprire che forse ci siamo sbagliati.

 

Il potere genocidiario ossessivamente presente nella fantasy, sotto forma di mostri non umani, è cieco e sordo. E un potere puro e incorruttibile, un potere con cui non si tratta e non si contratta. Qualsiasi richiesta di pietà è ridicola.

 

Il genocidio è un atto di un inferiore versò un superiore, non il contrario. Se giudichiamo un popolo inferiore, lo sfruttiamo e lo schiavizziamo.

 

L’emozione più potente è la vergogna, il complesso di inferiorità. La base del genocidio è la vergogna per la propria inferiorità. Da cancellare col sangue.

 

Siamo sotto attacco perché i due assi portanti della nostra civiltà, la responsabilità personale e la libertà di parola sono attaccati e calpestati, mentre Saruman, l’intellettuale, ci spiega che dobbiamo diventare più buoni.

 

L’immaginario collettivo è la forma più raffinata ed evoluta di comunicazione.

 

La comunicazione, soprattutto quella fantastica che contiene l’immaginario collettivo, ha il valore evoluzionistico di aumentare la sopravvivenza.

 

E stato ipotizzato che una delle possibili interpretazioni del mito del Drago, eternamente a guardia di qualche cosa di prezioso dentro a caverne impenetrabili o castelli semidiroccati, è la metafora dell’autorità dei genitori, che è necessario infrangere per diventare adulti e liberi.

 

La fantasy è esplosa dopo il Sessantotto, quando l’intera civiltà occidentale è stata investita dal disprezzo assoluto per qualsiasi forma di autorità, soprattutto se maschile e paterna.

 

Se noi superiamo i nostri padri, è perché loro ce lo hanno permesso.

 

La fantasy recupera i padri massacrati nel Sessantotto: re e capi militari sono tutti padri, e dato che è un dolore vergognarsi del proprio padre, ci siamo consolati con la fantasy.
Qualche volta il Re sa che deve combattere.

 

E dato che ricompaiono i padri, ricompare la morte, l’idea dell’eroe e del sacrificio. La fantasy è l’unico genere letterario accessibile anche a persone giovani e molto giovani che parla della morte.

 

Oltre la morte c’è anche l’amore. L’amore eterno. Quello dove si dice sempre e mai.

 

Ognuno di noi ha bisogno di sapere di essere figlio di una persona talmente speciale che almeno per un giorno è stata la persona più importante per qualcuno. Ognuno di noi ha il diritto di volere essere figlio di qualcuno che per tutta la vita è il sovrano dell’anima di qualcun altro.

 

I bambini devono avere una fotografia di mamma vestita da principessa con i fiori in mano e papà che la guarda estasiato.

 

Almeno per un unico giorno le parole « per sempre » e « mai » devono essere state pronunciate. Poi magari si può cambiare idea, ma è diverso che le parole « per sempre » e « mai » vengano pronunciate e poi disattese, oppure che non vengano neanche pronunciate.

 

L’ultimo motivo per cui la fantasy ci piace tanto è che nella fantasy si è salvata l’idea della provvidenza.

 

Il peccato è stato l’ultimo dono. Il primo era stato la luce. Senza peccato non è possibile essere individui. Senza peccato, senza scelta, le società sono formicai o alveari e l’individuo ne è un frammento. L’individuo è negato nei totalitarismi e nelle teocrazie, in tutte le situazioni dove l’anima libera degli uomini è presa a calci e calpestata, e siccome l’anima libera degli uomini tende sempre a rialzarsi le dittature e le teocrazie hanno bisogno di pene atroci. Quindi, è evidente qual è il motivo per cui siamo attualmente così pieni di fantasy, benché dopo l’Illuminismo non avessimo quasi più letteratura fantastica adulta (l’Ottocento ne è praticamente privo).
Non può che comparire nel Novecento, nella Seconda guerra mondiale: nella Seconda guerra mondiale è stata persa la fede nella Provvidenza, quindi c’è la fantasy dove la cavalleria in qualche modo arriva.

 

Quello che governa il mondo sono le nostre emozioni, che possono essere drammaticamente distruttive.

 

(…) nella fantasy si sa chi sono i cattivi (…) Ah, che meraviglia! Perché noi, invece, abbiamo sempre l’orrendo problema di stabilire i buoni da che parte stanno, anche perché tutti sono buoni.

 

La fantasy ci evita una tragedia che invece è la nostra tragedia permanente: cercare di capire quale sia la parte giusta, quale quella sbagliata.

 

Nessuna pace mondiale potrà mai nascere sul sangue delle donne lapidate e sul cortese silenzio che ha accompagnato la loro lapidazione.

 

Se in nome di quella terribile forma di ipocrisia e razzismo che è il politically correct rinunciamo a combattere il dolore delle donne calpestate, i loro figli verranno con le cinture esplosive a ricordarci che il mondo è troppo piccolo per ignorarne un pezzo. Nel primo periodo della sua vita, la psiche del bambino fa blocco unico con quella madre. Le loro emozioni non possono essere disgiunte. Un mondo di pace non nascerà mai fino a quando le donne saranno miserabili e schiave.

 

Allora, per favore, ricordiamoci di diventare un pochino più maleducati, perché altrimenti i figli degli Orchi verranno a farsi sentire.

 

Voto:

Altri dati

Titolo: Il drago come realtà -I significati storici e metaforici della letteratura fantastica

Autore: Silvana De Mari

Pagine: 148

ISBN-10: 8884516196

ISBN-13: 9788884516190

Editore: Salani

Data di pubblicazione: Jan 2007 

Il drago come realtà – De Mariultima modifica: 2010-08-02T14:38:00+00:00da morgana_luna
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